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Giunge il momento
buono nella stagione per effettuare l’escursione a
Camposecco. Vado solo. Anzi no. Viene anche Giulio. E
forse Roberto. No, Roberto no. Però Bebbetto sì. Ed
Elia. Forse. Sì, alla fine ci sarà pure Elia. Il
quartetto assemblato in modo tanto laborioso si mette in
movimento da Campo dell’Osso la mattina alle 8 e mezzo
dentro una temperatura che sfiora i 10° già a quell’ora.
E’ il sabato in cui si corre anche la Milano –
Sanremo. Praticamente è Capodanno per chi scrive.
Fin dai primi passi ci si accorge che il fondo nevoso
non è duro e compatto come ci aspettavamo: ciò significa
che l’itinerario fuori pista che stiamo per affrontare
sarà molto meno scorrevole e agevole di quanto avremmo
voluto. Ma tant’è. Intanto fino all’imbocco di valle
Majura possiamo sfruttare il tacciato della strada verso
la Monna, che nessuno ha ripulito dalla neve, visto che
gli impianti di discesa sono chiusi. Sembra una pista da
bob. All’inizio di valle Majura ci rendiamo subito conto
che, malgrado la discesa, gli sci sprofondano di qualche
centimetro nella coltre nevosa, troppo soffice perché fa
troppo caldo. La fatica sarà raddoppiata da questo
elemento inatteso. A poco a poco, tra cadute,
chiacchiere e una paperetta persa (e fortunosamente
ritrovata) dallo scrivente, si arriva ai Tre Confini.
Giulio, che è l’esordiente di turno su questo percorso
si entusiasma ad ogni svolta e a ogni cambio di scenario
naturale davanti ai nostri occhi. Chissà se il gruppo
ha già superato il Turchino. Un tempo Coppi costruiva le
sue vittorie andandosene in fuga proprio lì.
L’ingresso nell’angusta e obaca valletta del fosso
che scende a Camposecco ci dovrebbe permettere di
trovare una neve più fredda e pertanto più dura. Invece
così non è. Il caldo umido precoce di oggi ci impedisce
di avanzare con la speditezza di altre volte. Lentamente
si plana verso la meta, con lo scrivente afflitto da
fitte di dolore ai muscoli addominali, che rendono la
passeggiata un tedio evitabile. Di certo non
contribuisce a rallegrare la giornata neppure il cielo
indecisamente coperto. Alla fine si raggiunge la meta.
Le coste di Camposecco sono già scoperte, mentre le
vallette mantengono lunghe strisce di neve verticali
fino alla superficie del campo. Il sottoscritto punta
decisamente il rifugio, mentre Elia, Bebbetto e Giulio,
presi dall’entusiasmo svariano correndo sull’enorme
altopiano. Giulio in particolare fotografa tutto e
chiede a Elia informazioni su tutto quanto lo circonda.
All’ennesima domanda: “Di che animale sono?” posta
davanti alle tracce di un imprecisato quadrupede, Elia
risponde con la solita ironia: “Papera!” Immagino
l’avanguardia della corsa avere raggiunto i capi, col
mar Ligure che sa già d’estate e promette future
stagioni di sole e di vacanze. Dopo essersi sfogato
sulla meravigliosa piana, il terzetto mi raggiunge
all’esterno del rifugio dove si parlotta amabilmente
seduti. E’ questo l’aspetto che preferisco dello sport
dello sci. Giulio continua implacabilmente a scattare
foto, ma è tempo di ripartire. La pausa ha concorso a
raffreddare i muscoli e di conseguenza a riaccendere i
dolori agli addominali. La risalita è cosa niente
affatto piacevole. Le pause si susseguono: ai Tre
Confini, a Campo Buffone, più avanti. Il resto del
drappello è costretto ad aspettarmi perché vogliamo
risalire a costa Straccasini e solo lo scrivente, a quel
che pare, ricorda bene dove se ne trova l’imbocco giusto
nel bosco. Con un andamento lento, che avrebbe fatto
disperare anche De Piscopo, chiudiamo la nostra
avventura sul traguardo della pista da fondo, su una
neve marcia come poche volte mi è capitato di vedere.
Malgrado le difficoltà, Camposecco vale sempre la pena.
Più tardi la Milano – Sanremo sarà vinta ancora una
volta da Freire, furbo e sornione come un gatto. |