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Camposecco


Camposecco 20 Marzo 2010

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Giunge il momento buono nella stagione per effettuare l’escursione a Camposecco. Vado solo. Anzi no. Viene anche Giulio. E forse Roberto. No, Roberto no. Però Bebbetto sì. Ed Elia. Forse. Sì, alla fine ci sarà pure Elia. Il quartetto assemblato in modo tanto laborioso si mette in movimento da Campo dell’Osso la mattina alle 8 e mezzo dentro una temperatura che sfiora i 10° già a quell’ora. E’ il sabato in cui si corre anche la Milano – Sanremo. Praticamente è Capodanno per chi scrive. Fin dai primi passi ci si accorge che il fondo nevoso non è duro e compatto come ci aspettavamo: ciò significa che l’itinerario fuori pista che stiamo per affrontare sarà molto meno scorrevole e agevole di quanto avremmo voluto. Ma tant’è. Intanto fino all’imbocco di valle Majura possiamo sfruttare il tacciato della strada verso la Monna, che nessuno ha ripulito dalla neve, visto che gli impianti di discesa sono chiusi. Sembra una pista da bob. All’inizio di valle Majura ci rendiamo subito conto che, malgrado la discesa, gli sci sprofondano di qualche centimetro nella coltre nevosa, troppo soffice perché fa troppo caldo. La fatica sarà raddoppiata da questo elemento inatteso. A poco a poco, tra cadute, chiacchiere e una paperetta persa (e fortunosamente ritrovata) dallo scrivente, si arriva ai Tre Confini. Giulio, che è l’esordiente di turno su questo percorso si entusiasma ad ogni svolta e a ogni cambio di scenario naturale davanti ai nostri occhi. Chissà se il gruppo ha già superato il Turchino. Un tempo Coppi costruiva le sue vittorie andandosene in fuga proprio lì.
L’ingresso nell’angusta e obaca valletta del fosso che scende a Camposecco ci dovrebbe permettere di trovare una neve più fredda e pertanto più dura. Invece così non è. Il caldo umido precoce di oggi ci impedisce di avanzare con la speditezza di altre volte. Lentamente si plana verso la meta, con lo scrivente afflitto da fitte di dolore ai muscoli addominali, che rendono la passeggiata un tedio evitabile. Di certo non contribuisce a rallegrare la giornata neppure il cielo indecisamente coperto. Alla fine si raggiunge la meta. Le coste di Camposecco sono già scoperte, mentre le vallette mantengono lunghe strisce di neve verticali fino alla superficie del campo. Il sottoscritto punta decisamente il rifugio, mentre Elia, Bebbetto e Giulio, presi dall’entusiasmo svariano correndo sull’enorme altopiano. Giulio in particolare fotografa tutto e chiede a Elia informazioni su tutto quanto lo circonda. All’ennesima domanda: “Di che animale sono?” posta davanti alle tracce di un imprecisato quadrupede, Elia risponde con la solita ironia: “Papera!” Immagino l’avanguardia della corsa avere raggiunto i capi, col mar Ligure che sa già d’estate e promette future stagioni di sole e di vacanze. Dopo essersi sfogato sulla meravigliosa piana, il terzetto mi raggiunge all’esterno del rifugio dove si parlotta amabilmente seduti. E’ questo l’aspetto che preferisco dello sport dello sci. Giulio continua implacabilmente a scattare foto, ma è tempo di ripartire. La pausa ha concorso a raffreddare i muscoli e di conseguenza a riaccendere i dolori agli addominali. La risalita è cosa niente affatto piacevole. Le pause si susseguono: ai Tre Confini, a Campo Buffone, più avanti. Il resto del drappello è costretto ad aspettarmi perché vogliamo risalire a costa Straccasini e solo lo scrivente, a quel che pare, ricorda bene dove se ne trova l’imbocco giusto nel bosco. Con un andamento lento, che avrebbe fatto disperare anche De Piscopo, chiudiamo la nostra avventura sul traguardo della pista da fondo, su una neve marcia come poche volte mi è capitato di vedere. Malgrado le difficoltà, Camposecco vale sempre la pena.
Più tardi la Milano – Sanremo sarà vinta ancora una volta da Freire, furbo e sornione come un gatto.

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Foto di Giulio Scattone

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